
Veloce segnalazione di questa interessante(issima) e produttiva casa editrice romana, nonchè rivista indipendente:

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L'Economist ha recentemente pubblicato un "survey" sull'Italia, nel quale si afferma che il lento e continuo declino che il nostro Paese è stato costretto a subire, non potrà mai invertire il suo corso senza una presa di coraggio da parte dei politici attuali, inadatti ("unfit") a governare.

Fra i vari articoli del survey, ne risaltano due: "You can't win. Why Italian politics is impossible" e "The strange cases of Silvio Berlusconi, A prime minister with nine legal lives", un'analisi sul passato (e presente) giudiziario del nostro politico più importante e una illuminata riflessione sul futuro scolorito che l'attuale classe politica sta regalando ai nostri figli. Come ha risposto il Cavaliere? Semplice: quelli dell'Economist sono COMUNISTI!
Il vero problema però siamo noi... ormai assuefatti e abituati (e aggiungerei anche rassegnati) a queste stronzate che escono dalla bocca dei nostri governatori, con una frequenza così impressionante, da non fare neanche più notizia -SIGH!-.
A questo proposito, riporto per intero ancora una volta dalla lista Rekombinant di Pasquinelli e Berardi:
Liberarsi dal liberismo (riflessioni sul seminario Foucault)
A un anno di distanza dalle elezioni americane occorre dirlo: McSilvan aveva ragione. La sua ipotesi, che la vittoria di Bush aprisse un processo di crisi precipitosa dell'egemonia americana era del tutto fondata. E' quello che in effetti sta accadendo. Leggete l'Economist di questa settimana. Insieme al certificato di morte per un paese che si chiamava italia (requiescat in pace) ci sono due editoriali che si intitolano: "Why
America must stay" e l'altro: "Not whether, but when to withdraw" che dicono il cotnrario uno dell'altro, e questo non sarebbe grave, ma sorpattutto manifestano il tilt, la paralisi decisionale in cui il gigante imperiale si è venuto a trovare grazie alla resistenza iraqena (occorre pur dirlo), ma soprattutto grazie al conflitto di interessi tra corporation petrolifere-armifere e stato americano.
Noi fatichiamo sempre a vedere quel che si nasconde proprio dietro l'angolo, ma forse dovremmo osare: dietro l'angolo ci sta il 1989 dell'occidente. Dobbiamo allora cominciare a ragionare sull'utopia, sul programma utopico. Un po', se volete, perché siamo pazzoidi, ma soprattutto perché solo i pazzoidipossono prevedere l'imprevedibile.
La chiave di volta dell'intero castello mondiale, il dogma centrale che regola il suo funzionamento è il neoliberismo, l'ideologia che ha reso possibile l'emergenza del capitalismo globalizzato reticolare. Per quanto abbia scatenato disastri sociali e ambientali, negli ultimi decenni il capitalismo ha suscitato immense energie produttive, allargando a dismisura il mercato del lavoro e la sua produttività. Da qui deriva la sua forza, la sua apparente invincibilità. Ma occorre capire meglio quali sono i processi generativi del dispositivo neoliberista per poter capire se e come sia possibile una decostruzione del castello di automatismi che esso ha portato con sé. Per comprendere la genealogia e l'evoluzione del neoliberismo non basta analizzare le linee di formazione di un modello economico, occorre considerare la mutazione tecnologica epistemica e antropologica che esso implica.
UN LIBRO DI FOUCAULT
Nel seminario tenuto al College de France nellanno 1978/79, (ora pubblicato Seuil eGallimard col titolo Naissance de la biopolitique) Michel Foucault ricostruisce il senso storico del liberismo moderno e del suo ripresentarsi (proprio in quegli anni) in forma rinnovata. Nel suo seminario, contemporaneo alla vittoria elettorale di Margareth Thatcher in Gran Bretagna e di Ronald Reagan negli USA, quindi anticipatore di processi che erano solo accennati nella storia di quegli anni, Foucault allarga il suo sguardo genealogico e biopolitico alla sfera dell'economia.
"Il tema è quello della biopoltica, scrive Foucault nella conclusione del seminario "in questo modo ho inteso la maniera in cui si è cercato di razionalizzare dal diciottesimo secolo in poi i problemi posti alla pratica di governo dai fenomeni propri da un insieme di viventi costituiti in popolazione: la sanità, l'igiene, la natalità la longevità, la razza. Sappiamo quale posto sempre più importante questi problemi hanno occupato dopo il diciannovesimo secolo e quali questioni politiche ed economiche hanno costituito fino a oggi" (pag.323).
Con la parola biopolitica Foucault introduce l'idea che la storia del potere sia storia di una modellazione del corpo vivente da parte di istituti e di pratiche profondamente mutagene, cioè capaci di introdurre dei comportamenti, delle attese, delle odificazioni stabili del vivente. Biopolitica è dunque una modellazione morfogenetica del vivente da parte dell'ambiente in cui il vivente si trova a interagire.
Il liberismo (o neo-liberismo, per intendere la variante particolarmente aggressiva del liberalismo che viene proposta nel corso dagli anni Settanta dalla Scuola di Chicago e ripresa poi dai governi britannico e americano, e infine trasformato dopo l'89 in dogma centrale della politica mondiale) è un programma politico di riduzione della presenza dello Stato nell'economia, e di liberazione della dinamica economica da quei vincoli di ordine politico, sociale, etico, giuridico, sindacale ambientale, che avevano contenuto quella dinamica nei decenni precedenti, per effetto dell'azione normativa dello Stato, per effetto delle politiche di spesa pubblica stimolate dalla riforma keynesiana, e per effetto della azione organizzata dei lavoratori.
Ma soprattutto il liberismo è un progetto di performazione economica del corpo e della mente collettiva. Il liberismo ha da un lato puntato a togliere di mezzo quelle norme legali o quelle regolazioni sociali che avevano come effetto un'attenuazione della dinamica competitiva. Dall'altro lato ha mirato a trasformare ogni ambito della vita sociale (compresa la sanità, l'istruzione, la sessualità, l'affettività, la cultura) in dominio economici nei quali vale unicamente la regola della domanda e dell'offerta in condizioni di privatizzazione dei servizi.
In conclusione possiamo dire allora che il neoliberismo ha funzionato come un processo di deregolazione della società, e di eliminazione dei vincoli che proteggevano la società dalle dinamiche competitive dell'economia; di conseguenza esso ha provocato un effetto di marcamento biopolitico profondo del corpo-mente collettivo
"ciò vuol dire generalizzare la forma-impresa all'interno del corpo o del tessuto sociale; ciò vuol dire riprendere questo tessuto sociale e fare in modo che esso possa suddividersi, demoltiplicarsi secondo l'interesse dell'impresa, non quello degli individui. Occorre che la vita dell'individuo si iscriva nel quadro di una molteplicità di imprese diverse inscatolate e incastrate, e occorre che la vita dell'individuo, nel suo rapporto con la proprietà, la famiglia, il matrimonio, la sicurezza, il rapporto alla pensione ecc diventi come una specie di impresa permanente e multipla. Che funzione ha questa generalizzazione della forma impresa? Da una parte, certamente, lo scopo di demoltiplicare il modello economico, il modello offerta domanda, il modello investimento-costo-profitto, per farne un modello dei rapporti sociali, un modello dell'esistenza stessa, una forma di rapporto dell'individuo con se stesso, con il tempo, con l'ambiente, l'avvenire, il gruppo, la famiglia.. Il ritorno all'impresa è insieme una politica economica o una politica di economizzazione del campo sociale nella sua interezza, cioè di spostamento verso l'economia del campo sociale, ma è allo stesso tempo una politica che si presenta e si vuole come una Vitalpolitik, che ha la funzione di compensare ciò che vi è di freddo, impassibile, calcolatore, razionale meccanico nel gioco della concorrenza propriamente economica." ( Foucault: op.cit. pag. 247-8 )
Il predominio dell'impresa è al tempo stesso un processo politico di de-regolazione e un processo epistemico di ri-segmentazione del tempo di vita e delle attese culturali. In questo senso è una Vitalpolitik, una politica della vita, una biopolitica. Sul piano politico, la vittoria del neo-liberismo porta alla creazione di quello che Foucault definisce "una sorta di tribunale economico permanente che pretende di sottoporre l'azione del governo in termini di stretta economia di mercato. (op cit. pag. 253).
Ogni scelta di governo, ogni iniziativa sociale, ogni forma di cultura, di educazione, di innovazione, viene giudicata in base ad un unico criterio, quello della competitività economica, della redditività, del profitto. Ogni disciplina, ogni sapere, ogni sfumatura di sensibilità deve rispondere a quel criterio, fino all'inaridimento di ogni campo dell'agire umano.
Il neoliberismo costituisce il tentativo di costruzione dell'homo oeconomicus: un modello antropologico incapace di distinguere tra il proprio bene e l'interesse economico. All'origine della visione liberista vi è una riduzione del bene umano (del bene estetico ed etico) all'interesse economico, e una riduzione dell'idea di ricchezza al possesso. L'idea di ricchezza viene separata dalla gratuità, viene separata dal godimento, e ridotta ad accumulo di valore.
IL RETICOLO DI AUTOMATISMI E IL DISPOSITIVO IDEOLOGICO
Si vien formando un tipo umano che non sa più ragionare in termini di piacere, di godimento, di tempo, di libertà, di affettività, ma soltanto in termini di massimo profitto. Questo rappresenta una mutilazione spaventosa nella vita, nella cultura, nella socialità. Nell'arco di venticinque anni abbiamo visto che quella modellazione ha prodotto un effetto di impoverimento incalcolabile nella qualità della vita, della cultura, e nella stessa possibilità di provare piacere, di godere, di respirare.Ma purtroppo abbiamo visto anche come quella modellazione ha creato dei veri e propri automatismi che si sono iscritti profondamente non solo nel sistema economico, e nelle forme della governamentalità postmoderna, ma soprattutto nel linguaggio, nella relazione, nello psichismo individuale e a maggior ragione nello psichismo collettivo.
Foucault inizia il suo ragionamento sottolineando il fatto che nel XVIII secolo la politica è l'assolutismo. Perciò il liberalismo avanza le ragioni dell'economia, ma anche le ragioni della libertà politica, perché le une e le altre sembrano essere una cosa sola.. Nella modernità poi il liberalismo sconfigge l'assolutismo, ma nel XX secolo il socialismo impugna le ragioni della politica e dello stato contro l'economia. Ma l'economia vince ancora, con il neoliberismo.
In questo gioco a due (politica versus economia) l'economia finisce sempre per rompere le gabbie regolative della politica. La società si trova presa in questa alternativa, contenuta e repressa dalla politica, sussunta e devastata dal predominio dell'economia. Si pone allora un problema di autonomia della società. Negli anni Sessanta nacque una pratica politica che si definì autonomia operaia. Quell'esperienza di pensiero e di pratica non va confusa con la storia del movimento socialista in quanto ne rifiuta il regolazionismo statalista. Il movimento di autonomia rivendica libertà dalla regolazione politica e dalla regolazione economica. Negli anni settanta l'autonomia incontrò due nemici: il primo era il regolazionismo politico (stato partiti, sindacati istituzioni, regolazioni e conformismo culturale) e l'altro era la competizione economica del liberismo, che da quel decennio inizia a smantellare le istituzioni e le strutture prodotte da un trentennio di keynesismo e di socialdemocrazia.
All'emergere di un'autonomia sociale diffusa, le forme istituzionalizzate della politica reagirono con rigidità, e finirono per spezzarsi. Iniziò così la crisi del socialismo reale, della sua pretesa di contenimaneto dell'innovazione tecno-sociale. A metà degli anni settanta un segno di questa crisi fu l'esplosione del movimento autonomo creativo che raggiunse una particolare intensità nella città di Bologna, avamposto occidentale del socialismo reale. La stessa crisi dilagò poi in Polonia, e in tutto l'est europeo. Lo stato, la politica, le istituzioni rappresentative non riuscirono a integrare la dinamica innovativa che proveniva dalla società. L'economia reagì invece con assoluta flessibilità, assumendo il punto di vista della flessibilità, della precarietà, dell'innovazione distruttrice. Questo movimento dell'economia liberista accolse e assorbì la richiesta di s-regolamento e trasgressione che proveniva dalla società. Ciò produsse una vera e propria alleanza di capitale de-regolato e ceto del lavoro innovativo. Innovazione divenne la parola d'ordine della deregulation capitalista, e la nuova composizione del lavoro precario e cognitivo per tutto il decennio Novanta crebbe in simbiosi con l'economia reticolare. Da quel momento la sinistra novecentesca perse (per sempre) la sua capacità di comprensione e di proposta.
POLITICA ECONOMICA SOCIETA'
Nel gioco a tre che vede politica (assolutista o regolativa) economia (liberista e deregolante) e società (autonoma e poi sussunta, subordinata e sfruttata fino alla devastazione) si è svolto un processo che si può così sintetizzare:: la società usò la politica sovversiva per rompere i limiti della politica regolativa, ma accolse la normazione di tipo tecnologico ed economico che il neoliberismo aveva preparato: che era una normazione non regolativa, ma puramente linguistica (biopolitica).
L'economia aveva sconfitto la politica, e si preparava a divorare la società. La società è stata risemiotizzata attraverso l'introduzione di dispositivi di competizione in ogni nicchia della relazione.
L'autoregolazione è resa possibile da automatismi connettivi: nella Rete si collegano automatismi tecnici, linguistici, finanziari, relazionali, psichici, comportamentali, e di conseguenza il movimento della moltitudine si trasforma in movimento privo di consapevolezza e di alternativa: swarm, sciame.
Se si trattasse di un gioco finito non ci sarebbe più via d'uscita. Se il processo sociale avesse carattere deterministico il futuro sarebbe prevedibile: attraverso congegni di scambio linguistico, affettivo, desiderante che sono dominati dalla variabile economica, il capitalismo ha costruito un dominio totalizzante.e risemiotizzato la società in maniera irreversibile.
Ma non si tratta di un gioco finito.
L'equilibrio dinamico, conflittuale del capitalismo neoliberista si fonda sul gioco di tre fattori: economia politica e società. Ma l'ambiente fisico del pianeta e l'ambiente psichico collettivo non sono considerati nel quadro descrittivo del neoliberismo. E questi due fattori esterni al sistema di automatismi economici a un certo punto entrano in vibrazione. L'ambiente fisico planetario tende a divenire inabitabile da parte degli organismi umani, l'aria irrespirabile, l'acqua imbevibile, il clima imprevedibile la città impercorribile. La psicosfera tende a divenire sempre più perturbata dall'accelerazione dei ritmi produttivi, dalla competizione sempre più violenta, dall'inaridimento del campo affettivo, dalla violenza psicologica.
Da questi due campi ignorati dal neoliberismo provengono le catastrofi che mettono in questione il predominio della sfera economica.
All'inizio del nuovo millennio la natura del capitalismo liberista è mutata profondamente, trasformandosi in un sistema di produzione del terrore e della guerra. Una dittatura psichica e militare segue alla privatizzazione generalizzata e alla precarizzazione dellesistenza.
Il diffondersi della rete ha creato le condizioni per un enorme potenziamento del lavoro sociale, dell'intelligenza collettiva. La composizione del lavoro postindustriale ha assunto le caratteristiche di un corpo intelligente capace di autonomia dal capitale. Cresciuta in simbiosi con il capitale finanziario ricombinante, la classe creativa che negli anni Novanta è divenuta forza produttiva globale, cominciava a maturare le competenze, la coscienza e la forza organizzata per divenire classe generale autonoma, e cominciava a impersonare l'autonomia della società dal capitale. Il capitalismo ha abbandonato a quel punto il modello dell'alleanza reticolare, dell'innovazione e della globalizzazione, per mutarsi in forza di devastazione pura. Dal capitalismo dinamico conflittualmente innovativo siamo passati al capitalismo catastrofico. Dal predominio economico del ciclo dell'immateriale siamo passati al predominio del ciclo petrolifero e del ciclo militare.
La dinamica conflittuale socialmente innovativa è stata sostituita dalla guerra.
La rottamazione del general intellect è cominciata, e la accompagna un ingigantirsi dell'ignoranza, dell'afasia, della violenza. Il terrore si diffonde nei circuiti della mente collettiva, paralizzando il desiderio. Possiamo lasciarci prendere dal determinismo delle passioni tristi. Ma proprio a questo punto la trama si lacera di nuovo. Il partito della guerra entra in una crisi logica ancor più che politica. Il gigante impazzisce. L'impero entra in guerra con se stessso. E' il momento di ragionare sulla dissoluzione del dispositivo ideologico del neoliberismo, e soprattutto sulla decostruzione del reticolo di automatismi del capitalismo globale.
-------------------------------------------[ RK ]
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[3 Dicembre 2005, ore 01:05]
Milano è così, fuori dalla finestra.