Un pomeriggio allo IAB



Fra le solite invasioni di mail e newsletter e feed rss che inondano la mia casella e il mio aggregatore, scovo lo IAB Forum "Conference & Expo sulla Comunicazione Interattiva".

Mi iscrivo, e mi presento puntialissimo all'appuntamento con il workshop che ho deciso di seguire:

WEB 2.0 - Sala Blu 1 - Primo piano
Moderatore: Lele Dainesi, Giornalista ed Executive Communication AD Cisco System Italia

Interverranno:

TG|ADV (TUTTOGRATIS S.P.A.)
"Le nuove opportunità del marketing digitale. L'efficacia dell'ambiente interattivo: i casi di tg|adv"
Alberto Gugliada - Chief of tg|adv

DADA
"La concessionaria 3.0: La rivoluzione metodologica dell'advertising nel mondo dell'internet mobile "
Paola Albanese - Web & Mobile Adv Manager
Massimo Pattano - Operation Marketing


Si parlerà di web 2.0 e a moderare sarà il mitico Lele Dainesi, giornalista di nuova generazione (uno di noi, mi verrebbe da dire) grande esperto e appassionato del settore. E in effetti è proprio la presenza di Lele che mi spinge a partecipare all'evento.

Con il solito ritardo accademico, si apre la sessione con le presentazioni di due case history di successo da parte dello staff di TG|ADV e DADA.NET. Entrambe spiegano alla platea come hanno attivato delle iniziative di successo sfruttando il web 2.0 e di come questa nuova dimensione comunque non sia la panacea della pubblicità online.

A parlare di web 2.0 ad un pubblico che mi è sembrato più curioso che esperto, sono però due grandi operatori provenienti dal mondo dell'1.0 e quindi fisiologicamente inadatti al web 2.0 (quello vero).

Infatti, la formula web 2.0 + marketing virale, quindi social networks + user generated content, può funzionare solo con le piccole realtà, le sole in grado di raccontare una storia straordinaria ad una piccola nicchia di pionieri e fedelissimi -early adopters-. Così, parafrasanto il mitico Seth Godin: "SMALL IS THE NEW BIG!". Le grandi, se vogliono rimanere "grandi", sono tagliate fuori dall'inizio.

Così, entrambe le presentazioni svelano delle iniziative 1.0 sviluppate e distribuite (inoculate, iniettate, ecc. ecc. ecc.) attraverso i canali e i media propri del 2.0, ma che colpevolmente dimenticano l'aspetto fondamentale che caratterizza il passaggio dal "vecchio" al "nuovo" e cioè -rubando una citazione a Lele Dainesi che ne parla e mi cita come "ragazzo rivoluzionario" sul suo blog- "far entrare i clienti a pieno titolo nel processo di produzione della pubblicità e non più solo di mera diffusione virale".

Addirittura DADA presenta a tutti la propria interpretazione del 3.0, saltando a pie pari -probabilmente con volontarietà- diversi passaggi, come la totale scorporazione dei contenuti dalla piattaforma e la successiva ubiquità della rete. Così, nonostante una più che illuminata scommessa sul settore del"mobile", il passaggio successivo attraverso gli avidi operatori telefonici ha reso la cosa, terribilmente 1.51.

Nonostante ciò, va dato merito ad entrambe le aziende di essere riuscite a sfornare prodotti di successo e ad avere un ottimo feedback dal cliente/utente in un momento storico così ambiguo e instabile.

Dopo le presentazioni, ho aspettato che si esaurisse l'assai scialbo dibattito fra advertisers, per lanciare la mia provocazione in qualità di rappresentante del popolo dei blogger.

Quello che ho voluto contestare è stato l'utilizzo improprio dell'etichetta e quindi la strumentalizzazione del concetto di web 2.0 per ottiche di mercato, di vendita e di advertising (tutte giustificate, è ovvio) terribilmente 1.0 o tradizionali, perchè la parola vecchio è ancora un po' forzata nel panorama italiano.

Senza interpretare o provare a spiegare, da bravo blogger, linko e riporto tutti i riferimenti ad articoli e concetti di seth godin, che ho voluto esprimere nel mio intervento:

Dal colum che ho scritto sul blog di un mio amico giornalista e scrittore:
Dal WEB 1.0 al WEB 4.0

Dal blog e dai meraviogliosi libri di Seth Godin:
Small Is The New Big
Purple Cow, il Marketing dello Straordinario
Differenza tra Viral e Buzz Marketing
The Hobby Economy
Web 4.0


In conclusione, quello che mi porto a casa da questa giornata in fierà è che stiamo assistendo ad una fase di "grande adattamento" dei web-advertisers italiani ai piedi di una "rivoluzione storica". L'accostamento delle due cose è paradossale e così, oltre al ritardo degli operatori, stiamo per assistere ad un corto circuito che si verificherà di sicuro. E la vera scommessa, sarà quella che le aziende dovranno fare su loro stesse. In brevissimo tempo quindi, dovranno saper raccontare una storia nuova, una storia straordinaria ma soprattutto una storia autentica. Autentica, e non vera. Perchè anche la verità, in fondo, è una storia. A quel punto, non ci saranno più maschere da smascherare, e ci sarà una selezione naturale. Nel frattempo, solo bieche leggi fatte da 70enni che non sanno accendere un computer potranno rallentare questo progresso. Fermarlo, sarà impossibile.

Chi anticiperà, vincerà.
Chi farà in tempo, sopravviverà.
Gli altri, sono già morti.

Le eccezioni, ovviamente, confermano (sempre) la regola.


Bruno Pellegrini




Con gradissimo stupore, mi imbatto in una piccola locandina nera affogata in una delle tante bacheche che addobbano il lungo corridoio di IED Comunicazione. Sembra essere la prima tappa di un Tour di Conferenze attraverso Università e Istituti di formazione, per parlare di web2.0 questo sconosciuto e del progetto TheBlogTv.it, con il suo ideatore e amministratore delegato, il brillante Bruno Pellegrini.

Cito dalla locandina:
"Parte da Milano l'Universitour, un ciclo di incontri, conferenze,  workshop, dibattiti con il mondo universitario nelle principali città italiane. Discuteremo di User Generated Contents, new media, rivoluzione digitale e ovviamente del nostro progetto TheBlogTV.

Appuntamento oggi alle 18.30, dunque, presso l'Istituto Europeo di Design in via A. Sciesa, 4 con la conferenza "User Generated Contents e la rivoluzione dei media". Interverrà Bruno Pellegrini, fondatore e amministratore delegato di TheBlogTV."


Davanti ad una platea di circa 25 partecipanti, Bruno Pellegrini saluta e inizia a parlare a ruota libera, come un vulcano.

La prima ora vola via attraverso un excursus storico con un preciso taglio sociologico, raccontato ai 200 all’ora, con la frenesia di chi -come noi appassionati- ha troppe cose da dire a chi ha troppo poco tempo (e spesso curiosità) per ascoltare.

Bruno parte dalla macchina di Gutenberg e paragona il grosso salto socio-culturale che questa invenzione ha attivato all’attuale “rivoluzione dei media”, ad opera di Internet e -soprattutto- del web2.0.

Piccola pausa sulla recente esperienza delle radio pirata come Radio Alice -che parecchi di noi hanno potuto conoscere attraverso il bel film Lavorare con Lentezza, di Giulio Chiesa- o Radio Aut dello sfortunato Impastato, fino a Radio Biella e alla storica Radio Popolare. Da professionista del mondo del video e dei vlog, dimentica stranamente di citare il parallelo fenomeno delle cosiddette Street Tv, come la mitica OrfeoTV di Bologna (nda: nata nel 2002, proprio durante il mio periodo universitario nella città felsinea).

Quando poi si arriva a parlare dell’ultimo trentennio, il discorso si fa ancora più incalzante. Ma se da una parte, l’esplosione della TV commerciale (insieme alla conseguente commercializzazione della TV di Stato) ci ha trasformato in un popolo massificato di “Couch Potatoes” (cioè passive larve da divano e telecomando), dall’altra parte invece ha alimentato un sentimento comune di “voglia di comunicare” inespressa e -soprattutto- repressa.

Quello che ha tenuto in gabbia questa voglia comune, è stata -a detta di Bruno Pellegrini- l’alta intensità di capitali di questo mercato e le barriere all’entrata che si sono innalzate a cause di questa caratteristica intrinseca della produzione cine-televisiva. Fino a pochi anni fa, produrre e soprattutto distribuire un video-prodotto era cosa ardua se non impossibile a causa dell’altissima quantità di investimenti di start-up necessari e anche a causa della concentrazione dei canali distributivi, cosa che ha favorito dinamiche di clientelarismo e raccomandazioni, invece che meritocrazia e “neutrality”.

Il momento di rottura, quella che il titolo della conferenza cita come “la rivoluzione dei media”, è avvenuta quando la tecnologia in grado di catturare audio e video è diventata finalmente accessibile ed economica, addirittura potenzialmente ubiqua grazie alla diffusione dei video-telefonini e dei nuovi digital-devices, che stanno già facendo dell’integrazione globale la prossima frontiera da stracciare.


A questo punto, il web è diventato un mezzo democratico e neutrale, dove gli intermediari sono annullati -quando non aiutano la causa- e i costi di avviamento nullificati. E’ qui che il web impone la sua forza, nella sua struttura decentralizzata formata da nodi tutti collegati fra loro, proprio come pensarono i suoi inconsapevoli fondatori quando crearono un’infrastruttura in grado di resistere ad un eventuale attacco nucleare del nemico, in piena guerra fredda (nda: che poi è quello che succede in Jericho, fortunata serie TV della CBS/Paramount, ambientata nel 2006).

Parlando della rete, Bruno Pellegrini cambia rapidamente argomento e inizia a parlare dell’etica hacker, dell’open source e di linux, dei programmi e della cultura “aperta” in contrapposizione ai software proprietari e commerciali, ai diritti di proprietà digitale e intellettuale e al copyright, in contrapposizione alla condivisione e ai Creative Commons del professor Lawrence Lessig. Bruno Pellegrini spiega che con questo nuovo approccio sono gli utenti stessi a migliorare il risultato del prodotto e dello strumento, in quella che De Biase ha chiamato “Economia del Dono” dove l’unione degli users in rete risulta incredibilmente più potente della semplice somma delle singole parti.

Ed è proprio grazie a questa etica condivisa che internet1.0, dopo aver visto la replicazione delle vecchie dinamiche televisive e dei media classici, sta definitivamente lasciando il passo al suo successore: il web2.0.

Si parla dei bloggers, della blogsfera e delle piattaforme come Blogger o Splinder. Si accenna allo straordinario caso di Beppe Grillo, dei Meet-Up e delle battaglie di democrazia diretta fatte -e vinte- grazie ad internet e ai blog. Si citano le Social Networks come YouTube, MySpace o FaceBook ( nda: dimenticando l’incredibile LinkedIn ) e si parla di Wikipedia, come una delle più grandi invenzioni (nda: e sono d’accordo) dell’ultimo secolo. Bruno Pellegrini poi sottolinea il fatto che con il web2.0 sono gli utenti i nuovi editori, in grado di divenire loro stessi il messaggio e il medium, così da confermare le profezie e l’incredibile genio di Marshall McLuhan.

Sempre a velocità insostenibili per la maggior parte dei presenti, Bruno Pellegrini racconta la teoria della Long Tail ( un breve video che spiega la teoria è qui ), senza però citare il suo autore Chris Anderson e il suo sito Wired.com. A detta di moltissimi Marketing Gurus questo libro anticipa quello che succederà nei prissimi 5-10 anni nel mondo del marketing e del consumo. E l’unico ambiente con le caratteristiche giuste per sfruttare l’effetto della Coda Lunga è proprio -guarda un po’- il web2.0 con tutto quell’insieme di nuovi siti dove il contenuto è fatto dagli utenti in un sistema di autocomposizione e autocorrezione, praticamente infallibile, e dove è l’aspetto di comunità a regolare i comportamenti e le azioni di chi è online. In questa maniera, la rete diventa finalmente “umana” in quanto rende tutti potenzialmente uguali e potenzialmente raggiungibili da chiunque. In più, contrariamente al concetto della proprietà intellettuale e del diritto di copia e d’autore, dove dare un’opera di ingegno voleva dire privarsene, nella nuova visione 2.0 è la “Condivisione” ad essere contrapposta alla “Privazione” come strumento per migliorare entrambe le parti in gioco, chi riceve e chi dà. In questa maniera, gli utenti non sono più spettatori ma diventano co-autori, o alleati produttivi che dir si voglia. E il grande motore di questo cambiamento è il passaparola e i meccanismi virali che ci sono dietro. Parlando del word-of-mouth, però, Bruno Pellegrini non approfondisce e resta sul piano dell’analisi sociologica, e quasi mai economica o di marketing.

A questo punto, dopo oltre un’ora di monologo, finisce questo velocissimo (30 anni in 60 minuti) quanto estremo viaggio nella storia e negli antenati del web2.0, per lasciare spazio alle domande dei presenti, fra cui ho potuto contare solo 4 (compreso il sottoscritto) studenti dello IED, che ospitava questa conferenza (“Che Amarezza! direbbero i Cesaroni).

Infine, la frase che Bruno Pellegrini pronuncia a conclusione del suo intervento è che “il futuro è lì davanti agli occhi di tutti nella rete, e che a noi giovani non rimane altro che prenderlo in mano”.

In seguito all’apertura del dibattito con i presenti, emerge però che le cose non stanno esattamente così, anzi, con l’incalzare della discussione si delinea il fatto che esistano delle vere e proprie barriere all’ingresso per accedere al web2.0 come imprenditori e per dotarsi di un modello di business sostenibile, come start-up.

Il monologo appena concluso si rivela impeccabile e decisamente illuminato, ma solo sul piano sociologico in quanto dalla discussione in platea emergono con chiarezza grossi limiti su altri fronti, che rendono lo scenario molto meno ottimistico di quello meramente sociologico.


Dopo aver ascoltato l’affascinante presentazione (e apprezzato l’incredibile sforzo di sintesi), e dopo aver assistito e partecipato al dibattito apertosi nella seconda parte della conferenza, ecco la mia tesi e il mio pensiero: il web2.0 non rappresenta una rivoluzione dei media, ma solo uno scalino verso quello che sarà veramente il media del futuro e che mi piace chiamare, come Seth Godin ha fatto per primo, web4.0.

Ecco i limiti del web2.0:

ECONOMICI
Il web2.0 non permette di dotarsi di un modello di business sostenibile in quanto i costi di entrata sono enormi. Gli unici esempi di successo rappresentano delle eccezioni che confermano la regola secondo cui il web2.0 non rappresenti la piattaforma del futuro, ma ancora quella del presente.

Dopo aver risposto ad una domanda di un partecipante, anche Bruno Pellegrini ha infatti dovuto ammettere che servono fondi e capitali di avviamento decisamente alti per investire e che i “contributors”, come i vloggers, guadagnano da lui circa 250 euro al mese per produrre 3 minuti di video al giorno (che rappresenta comunque un gran lavoro, se lo si fà con qualità).

Emerge quindi che nessuno riesca a sbarcare il lunario e anzi -a sentire le testimonianze del pubblico- pare sia difficile anche andare a pareggio con il bilancio. Servono venture capitalists coraggiosi, grossi fondi da investire a fronte di ricevi totalmente incerti. E, oltre a ciò, il problema del time-to-market sembra diventare sempre più limitante, man mano che il panorama di offerte 2.0 sul web si arricchisce di nuovi protagonisti.

Bruno Pellegrini aveva lanciato un progetto di web-incubatore insieme a Siniscalco, chiamato “we-cube”, ma pare che questo progetto abbia registrato un insuccesso ed è forse per questo motivo che Bruno non ne parla, nonostante il discorso in atto lo richiederebbe.

MARKETING
Nonostante il suo background, Bruno Pellegrini si è soffermato molto poco ad approfondire i meccanismi di marketing che regolano il web2.0, cioè i concetti del marketing del passaparola e del marketing virale ( Word-Of-Mouth e Viral Marketing ). Parlare di questi argomenti avrebbe forse implicato entrare in un’analisi troppo profonda (e combattuta) di questo fenomeno che ben si presta a fraintendimenti, anche da parte di chi prova ad applicarlo. E forse la conferenza in IED, alla quale è stato dato un taglio esclusivamente sociologico, non era il terreno adatto per affrontare questo argomento.

Con il marketing virale, fare marketing non vuol dire più destreggiarsi con l’arte di raggirare le persone per far comprare loro qualcosa di cui in realtà non hanno bisogno. Al contrario, fare marketing virale e puntare sul passaparola vuol dire diffondere delle idee e raccontare delle storie di cui le persone rimarranno follemente innamorate, e di cui vorranno parlare ai loro amici e ai loro colleghi.

Così, per funzionare, il nuovo marketer dovrà proporre un IdeaVirus che sia autentica e che sia vissuta in prima persona da egli stesso, che la comunica.

I nuovi marketers, dovranno quindi essere dei buoni story tellers, e dovranno raccontare una storia affascinante e straordinaria solo ad una piccola e ristretta nicchia di appassionati, di early-adopters, in grado di innamorarsi a prima vista e di raccontare a tutti la propria esperienza. Sarà questa nicchia a comporre il primo gruppo di starnutitori, che diffonderanno l’IdeaVirus e ne favoriranno il contagio. Saranno i nostri utenti a fare il marketing per noi, e non più noi per loro.

E raccontare una storia non vuol dire, in questo caso, raccontare una favola o una bugia. Anzi, tutto il contrario. Si tratta di una storia autentica (e non vera, perché anche la verità altro non è che una storia). Una storia che sia veramente e realmente autentica da parte di chi la racconta e la vive, altrimenti prima o poi si viene scoperti o ci si tradisce e in quel caso, in consumatore non perdonerebbe l’abuso di fiducia (e non solo di tempo). Oltre ad essere autentica, perché un’IdeaVirus sia contagiosa deve anche essere straordinaria (remarkable), nel significato di “qualcosa di cui ne valga la pena parlarne”. Autenticità + Straordinarietà = IdeaVirus

Purtroppo questi concetti sono opposti alle vecchie strategie1.0 e al marketing classico che ancora oggi si insegna nelle università di mezzo mondo. Fare marketing virale vuol dire fare marketing etico, nel senso di creare e vendere un prodotto che serva realmente alle persone, proponendo loro una soluzione ad un desiderio e non provando a trasformare un desiderio in un bisogno.

Occorre che ci sia una altissima reputazione e soprattutto che ci sia fiducia, la nuova risorsa scarsa dell’economia 2.0, in quanto tempo e spazio non lo sono più. Con questo voglio dire che come l’economia del petrolio non tramonta a causa dei giganti del petrolio che detengono un cartello, così il mercato di massa 1.0 -come lo abbiamo conosciuto dagli anni 90 ad oggi- sarà duro da distruggere in fretta. I cartelli di mercato e i monopoli naturali che vediamo ogni giorno nel mondo delle telecomunicazioni o delle utility odiano lo sviluppo che per loro rappresenta una catastrofe in quando perderebbero la posizione dominante di cui normalmente abusano. Sono troppo forti gli interessi economici che frenano gli investimenti e l’utilizzo della rete come canale principale nelle proprie attività di comunicazione e di erogazione di prodotti e servizi.

Il 2.0 purtroppo altro non è che una beta version molto incoraggiante di questo traguardo epocale e non la versione final.

La televisione generalista, come il web1.0 che ne ha replicato i meccanismi, negli anni si è ridotta ad un grosso contenitore pubblicitario, strumento per vendere prodotti standardizzati ad un pubblico standardizzato, prodotti di massa per una massa sempre più “massificata”.

Il web 2.0 -al contrario- rappresenta una sorta di hobby economy, fisiologicamente allergica a forme di lucro e di guadagno e di marginalità proprie dell’economia classica ed ecco spiegato perché fino ad ora è stata sempre e solo l’eccezione ad emergere (Youtube, Google, etc,).

In aggiunta, nei confini del web2.0 pare che mai questa eccezione si possa trasformare in regola.

E insisto: se si trasformasse in regola e permettesse un qualunque modello di business sostenibile per una start-up, allora non sarebbe più straordinaria perché sarebbe diventata una commodity e l’ipotesi andrebbe a negare la tesi, invece di confermarla.

Al stato attuale, nel web2.0 non sembra più possibile trarre profitto e neanche un semplice guadagno per il sostentamento, facendo pagare gli utenti per il servizio offerto. Oltre a ciò, la classica “inserzione” pubblicitaria ha praticamente già perso il suo significato. Dovrebbe accadere il contrario -invece- e dovrebbero essere gli utenti ad essere sempre più *pagati*, in quanto generatori di contenuto e selezionatori e moderatori di qualità (Digg, Reddit, Delicious, Squidoo, etc.). Sarà solo incrementando questo tipo di remunerazione che lo sviluppo del web potrà accelerare realmente.

Accade già che ogni volta che cerchiamo di vendere un servizio ai nostri utenti, al primo sentore di una richiesta di pagamento, scappano e infangano la nostra reputazione mentre in pochissimo tempo spuntano come funghi una serie di cloni gratuiti e spesso migliori del nostro sito pioniere.

POLITICI
Il problema del web2.0 porta molto velocemente anche ad un altro più grande problema (che Bruno Pellegrini condivide in pieno), che è a monte e che frena lo sviluppo: l’annosa questione delle nuove generazioni.

Viviamo in un paese di vecchi, che invecchia e che dà alla luce pochi bambini, dove la classi politiche, dirigenziali e accademiche sono vecchie e ferme. L’Italia è un Paese incapace di pensare per le future generazioni, dove la sostenibilità è alla stregua di una barzelletta e dove il marketing etico è ormai solo apparire, e praticamente mai essere.

In questo Paese, investire sul futuro (quello vero) sembra essere sempre più una chimera. E mentre Bruno Pellegrini ha più volte insistito su una sorta di resistenza e pigrizia culturale come unico freno a questo tipo di sviluppo, io insisto sulla questione politica, che non ha bandiera alcuna e che non fa differenze fra destre e sinistre.

Abbiamo bisogno di un ricambio generazionale in politica, a tutti i livelli. Questo cambiamento non avverrà mai se chi governa trae solo svantaggio ad applicarlo. Siamo sull’orlo di un empasse socio-generazionale dove l’allungamento della vita media sta creando un popolo di vecchi incapaci e di giovani impotenti.



Sia l’analisi economica, di marketing che quella politica, spiegano la scarsissima sostenibilità del web2.0 e la sua caratterizzazione come sviluppo pre-rivoluzionario, e non già rivoluzionario.

E infatti prendo spunto da un’illuminante post di Seth Godin per parlare di quella che sarà la vera “rivoluzione dei media” e che prenderà il nome di web4.0.


Mentre il web2.0 nasce dalla fusione dei due concetti di User Generated Content e Community, il web3.0 (termine coniato da Tim Berners-Lee e ormai oggetto di diverse conferenze e congressi per il mondo) pare configurarsi come una sorta di Web Semantico e prende le mosse dalla tecnologia degli RSS Feeds, che utilizzano XML e MYSQL per scorporare il contenuto testuale della blogsfera dal suo codice e dal suo skin, archiviandolo sottoforma di database.

In questa maniera il web3.0 si configura come una serie di macchine in grado prima di analizzare contenuti e informazioni grazie a tags e linguaggi comuni e poi in grado di comunicare da sole e di effettuare transazioni fra di loro in maniera autonoma e sequenziale.

Il web 3.0 sarà quindi caratterizzato da macchine in grado di operare come “agenti intelligenti”.

Purtroppo, prima ancora dell’avvento di questo probabile modello, sono già noti in anticipo alcuni limiti che ne frenerebbero la crescita. Ad esempio presuppone che ogni singola pagina del web diventi “compliant” cioè sanificata e scritta attraverso un codice “valido”, in modo da poter essere automaticamente e correttamente indicizzata all’interno di database e rielaborata infinte volte da macchine intelligenti.

Oltre a ciò, il web3.0 invertirebbe di nuovo l’imbuto ( flipping the funnel ) che il web2.0 ha ribaltato nei confronti del suo predecessore. Infatti, mentre il web2.0 è nato dal basso e ha trasformato un collo di bottiglia in una foce ad estuario, il web3.0 -così configurato- invertirebbe nuovamente il flusso nella direzione sbagliata.

Terzo limite è il fatto che il web3.0 non sarebbe “deliverable” e cioè consegnabile o spedibile in ogni posto ad ogni momento a tutte le persone potenzialmente interessate e connesse.


Per queste ragioni, il web4.0 si può riassumere in tre concetti fondamentali (e da qui in poi traduco letteralmente):

UBIQUITA’
IDENTITA’
CONNESSIONE

UBIQUITA’
Il web4.0 sarà un web che spedirà e non risponderà e basta. E’ il concetto del “Deliver” contrapposto a quello del “Query + Report”.

Il web4.0 ha bisogno di Ubiquità, perché avrà come oggetto principale le attività e non più i dati. Si passerà da un “Data-Based-System” ad un “Activity-Based-System”.

IDENTITA’
Il web4.0 non sarà più anonimo, ma sarà espresso ed esplicito. Già lo vediamo: ebay funziona perché non è anonimo e c’è un sistema di reputazione ed ogni account è legato ad un codice fiscale. I blog funzionano proprio perché non sono anonimi. L’anonimato in rete, da sempre considerato un vantaggio, si sta dimostrando un limite e una peculiarità scarsamente efficace ed efficiente.

Il web4.0 ha bisogno di Identità, perché il concetto di spedibilità, di “deliverable” si basa su chi siamo e cosa facciamo e di cosa abbiamo bisogno.

CONNESSIONE
Il web4.0 avrà senso solo con l’avvento del wi-max e della diffusione capillare della rete, come un diritto dell’uomo, al pari di aria e acqua.

Il web4.0 ha bisogno della Connessione, perché già dal web2.0 ci siamo accorti che non siamo niente, senza gli altri.


Alcuni esempi deliberatamente provocatori:

Sto scrivendo un email a qualcuno, facendo un brainstorming sulla possibilità di fare un accordo con Apple per un progetto di sviluppo insieme. Una piccola finestra web4.0 mi avvisa che il mio collega e amico Davide, dall’altra parte del Paese, è in ufficio e sta avendo una conversazione simile con Apple e mi propone di scrivere a lui per coordinarci.

Google sa quello che cerco ogni giorno e sa anche quello che cercano gli altri. Web4.0 mi avvisa e mi mette in contatto con altre persone che cercano le stesse cose che cerco io o si interessano agli stessi argomenti.

Sono in ritardo per cena. Il mio telefono GPS lo sa, perché è connesso e conosce il mio calendario, la mia posizione, la mia destinazione, le condizioni meteo e il traffico. A questo punto, mi comunica il ritardo e in contemporanea avvisa tutte le altre persone che mi aspettano.

Posso volare con la mia squadra dall’altra parte del mondo ad un prezzo più basso, perché il web4.0 calcola che avrei più convenienza a noleggiare un volo charter con una compagnia aerea diversa dalla mia, e mi avvisa mentre sto prenotando.


Il web4.0, a differenza dei suoi predecessori, sarà un web non più formato da community, ma da tribù. E sarà la vera piattaforma che “rivoluzionerà i media” una volta per tutte. Anzi, distruggerà il concetto vero e proprio di media e ci catapulterà in una nuova era come non l’avevamo mai potuta immaginare.

Purtoppo... il prezzo da pagare sarà che “THE PRIVACY IS GONE” come dicono gli americani, ma non servirà neanche più scandalizzarsi, perchè eravamo stati avvisati già dai remoti tempi dell’1.0.


Tornando all’incontro con Bruno Pellegrini, in conclusione...

...purtroppo quasi tutte le persone con cui ho parlato a fine conferenza mi hanno detto di non aver capito e colto gran parte del minestrone di citazioni di Bruno Pellegrini e del suo saltare da un argomento all’altro. Anche il sottoscritto ne ha perse un paio. Intendo dire che non c’era nessun supporto, come qualche slide PowerPoint (non in stile *Microsoft con i pallini*, ma con qualche immagine o screenshot dei tanti siti nominati), nessuna dimostrazione delle tante cose dette e accennate e la maggior parte della platea si è persa gran parte del bel racconto, non conoscendo i riferimenti. Devo perciò dire che, nonostante Bruno Pellegrini sia un brillante imprenditore di successo insieme al quale condivido praticamente tutte le idee politiche e l'approccio alla rete, ha dato vita ad una conferenza decisamente 1.0, mentre io mi sarei aspettato l’utilizzo di qualche tecnica di presentazione, di qualche effetto speciale in più e di un approccio con il pubblico più marcatamente 2.0.


Piccola critica a parte, il mio giudizio personale su questo incontro con un personaggio così ambizioso e di successo come Bruno Pellegrini è decisamente positivo. E’ stato un grandissimo momento di aggiornamento e di confronto sui temi caldi della comunicazione che riguarderanno i prossimi 5 anni di sviluppo. Peccato che siano stati solo così in pochi a godere di un occasione simile.



Visual Literacy




E-Learning Tutorials, Visualization for Communication, Engineering and Business!

Ecco una nuovissima ed interessante frontiera dell'e-learning: grazie ad una segnalazione di Seth Godin, scopro il sito Visual-Literacy.Org.

Questo il loro manifesto sotto forma di tavola periodica. E l'impatto è notevole. Integrare questo tipo di interfacce con un sistema RSS Feeds aprirebbe la strada ad un nuovo mondo per la scuola, per le università e per le Pubbliche Amministrazioni. E ad infinite nuove idee commerciali.

"This e-learning site focuses on a critical, but often neglected skill for business, communication, and engineering students, namely visual literacy, or the ability to evaluate, apply, or create conceptual visual representations..."


2006 + 1




Fra gustose pietanze tradizionali, di un tempo che c'era e che ancora resiste, fra odori ammalianti ed ammiccanti di una terra che respira insieme ai suoi abitanti, ho collezionato qualche appunto, e preso in prestito qualche idea:


- Nasce e si sviluppa il trend dei siti con segnalazioni di "occasioni gratuite" della rete, tipo gadget o regali dietro compilazione di questionari, o licenze gratuite per software a pagamento. Segnalo infatti netfreestuff e thegiveawayoftheday

- Youtube è stato solo il primo, il "first in" a creare una community, un social network, intorno alla condivisione gratuita di clip video. Il web 2.0 però va anche in altre direzioni. Ecco 2 siti Youtube-like con diversi orientamenti: LiveLeak con contenuti raccapriccianti e incensurati e -purtroppo- diversi video di attentati e di propaganda anti-americana e filo-terroristica. PornoTube dove il nome si spiega da solo.

- Per tutti gli interessati, ecco un portale (parola molto 1.0, ma pazienza) sulle Social Network decisamente ricco di spunti e contenuti: Mashable!

- RSS e Feeds... questo è il futuro della rete a detta di molti guru del marketing. Per chi ancora non avesse le idee troppo chiare, ecco un bel sito redatto dall'instancabile Simone Carletti: RSSWORLD

- Who's There?!? - Ebook sul mondo dei blog del mitico Seth Godin. Pubblicato oltre un anno fa, ma ancora attualissimo. Scaricabile gratuitamente qui.

- Il Curriculum sarà solo un vecchio ricordo entro breve? E' quello che sostiene Alessio Balbi sull'ormai sensazionalista Repubblica.it. Google inizia ad assumere le sue nuove leve a Googleplex, nella Silicon Valley, utilizzando una complessa formula matematica dietro la somministrazione di un questionario fiume ai propri candidati.

- Segnalo infine 3 siti F-O-N-D-A-M-E-N-T-A-L-I: 
Wired
About.com
WebProNews



Me first...

...and the gimme gimmes, avrei risposto qualche tempo fa senza esitare!

Ma questa volta si tratta di bloglines, che arrivato (per) primo anche lui!

Primo in questa incredibile gara ad implementare online e in maniera gratuita un numero sempre maggiori di applicazioni che tradizionalmente andrebbero installate sul computer, a pagamento. E in questa incessante gara, chi è partito (per) primo, ancora una volta, ha vinto!

Questo è stato il caso del primo "aggregatore di blog" on-line, gratuito, semplice e senza trucchi! (Purtroppo sono solo le aziende del web 2.0 ad aver capito che la pubblicità invasiva è controproducente già nel medio periodo). Fa parte di "AskJeeves", un gruppo proprietario di nomi di successo come excite.com, e offre la possibilità di aggregare, cercare e ovviamente pubblicare una serie illimitata di blog. Gratuitamente, certo!

E' la Hobby Economy che avanza, e beato chi se ne è accorto. In questo nuovo mondo, il mondo del web 2.0 appunto, le regole da applicare non possono essere più quelle classiche del Marketing Mix dello "studia-progetta-lancia-promuovi-vendi-compra!". Nella nuova dimensione, al contrario, i profitti non arrivano più dalla vendita diretta e la vera gara è (sarà) nel dare il miglior servizio possibile, in maniera gratuita e oltretutto annullando gli swithcing-costs per l'utente, unico modo per evitare la veloce accusa di comportamento e concorrenza sleale.

La lista di questi aggregatori web è praticamente infinita, ma solo uno si sta diffondendo e sta creando uno standard. E paradossalmente, è solo lui a rischiare di diventare una commodity, e di morire.




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