
Ieri suonavano i Rappresaglia al centro sociale occupato autogestito COX18, in via Conchetta 18 a Milano. Il loro show è inserito all'interno della mostra "Beat Hippy autonomi punk, all'assalto del cielo", allestita e curata dal mitico Marco Philopat, protagonista del Punk '77 a Milano all'interno dello storico VIRUS e autore di un libro ormai cult, "Costretti a Sanguinare".
"Beat hippy autonomi punk… Una mostra sulle controculture e i movimenti che,
a partire dagli anni Cinquanta, hanno popolato la nostra vita, hanno segnato
il tempo e sognato di lasciarselo alle spalle («Il tempo è un’invenzione
degli uomini che non sanno amare»), hanno stravolto il modo di vivere
(politica compresa) e tentato di separarsi dalle separazioni per allargare
l’area della coscienza e dare l’assalto al cielo."
Il programma completo della mostra si può consultare qui.
Non perdetevi la proiezione del film: "La rivoluzione non è una cosa seria" di Marilena Moretti, che verrà proiettato domenica prossima, e chiuderà la mostra.
Prima di andarci però, non dimenticate di leggere questa bellissima intervista a Philopat, a cura di Susanna Vigoni e pubblicata da punkadeka.it






on November 14, 2005, 3:15 pm
Film documentario di Marilena Moretti
Prodotto nel 2005 da Marilena Moretti e da Donatella Botti per BIANCAFILM, Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico, Zenit Arti Audiovisive
È la primavera del 1971. Un gruppetto di estremisti di buona famiglia e di buone letture, insieme con qualche giovane proletario incazzato, lascia Torino per stabilirsi a Ponte a Egola in Toscana, in un casale abbandonato. Di fatto, quella di Ponte a Egola diventa una comune, tra il modello hippy di quegli anni e quello di un "nucleo rivoluzionario". L’intenzione è di rompere con i vecchi schemi delle organizzazioni politiche, per praticare nel vissuto quotidiano la RIVOLUZIONE.
Al casale si arriva costeggiando il cimitero e l’Egola, un torrente infestato dalle zanzare e dalla puzza degli scarichi delle concerie. Un luogo inospitale, isolato, che in qualche modo rispecchia la diversità di quest’esperienza.
Al nucleo originario di Torino, si aggiungono ben presto altri ragazzi di Milano, Genova, Firenze, una ventina in tutto, attratti dallo stesso bisogno di radicalità. Li accomuna il desiderio di vivere contro le regole, al di fuori del carcere della famiglia e del lavoro, di vivere "senza riserve e senza tempi morti"... Si rifanno ai situazionisti, Debord e Vaneigem, come pure al Jerry Rubin di Do it!. Leggono Marx ed Engels, Anton Pannekoek e Paul Lafargue. Amano i poeti francesi ed esaltano le imprese della Banda Bonnot. Uno dei loro slogan è Contro il capitale, lotta criminale. Sul muro del casale, con la vernice rossa, c’è scritto: La rivoluzione non È una cosa seria.
Vivono dell’aiuto economico dei genitori, di minime attività artigianali, di qualche furto. Si procurano gli stupefacenti in farmacia, fanno dei trip, sono protagonisti di azioni provocatorie... È il loro modo di praticare l’illegalità e il rifiuto del lavoro. Si definiscono comontisti (da comontismo, tentativo di traduzione del termine marxiano Gemeinwesen, ovvero comunità: "l’espressione dell’essenza umana, negatrice del capitale come dominio delle merci sugli uomini"
La comune di Ponte a Egola si scioglie dopo appena un anno, nella primavera del ’72. La sua fine è accelerata dal crollo di una parte del casale, da dissidi ideologici e dal sopravvento della realtà. Il gruppo si divide tra Firenze, Torino e Milano. Chi finisce in carcere, chi si ritira nel privato, chi ha problemi con l’eroina... Nessuno di loro è mai più tornato a Ponte a Egola. I rapporti si sono interrotti. Qualcuno è morto. Di altri si sono perse le tracce.
L’autrice del film, realizzato nello stile del video-diario, era tra loro. In questi trent’anni ha pensato spesso di salire in macchina e andare a vedere che ne fosse stato di quel casale. E che ne fosse stato di loro... E finalmente ha deciso di farlo.
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